Sito personale o solo LinkedIn? Perché freelance e creativi restano bloccati
LinkedIn ti fa trovare. Un sito personale ti fa scegliere. Ecco quando un portfolio sul tuo dominio batte un profilo social — e come li faccio lavorare insieme.
Mi arriva spesso lo stesso messaggio: «ho LinkedIn a posto, i progetti li metto lì». Poi mi mandano uno screenshot del feed e tre case study sepolti sotto un post di congrats. LinkedIn è un corridoio. Non è casa tua.
Cosa LinkedIn fa bene — e dove ti limita
LinkedIn eccelle nella discoverability: recruiter, referral, aggiornamenti di ruolo. Se lavori in contesti corporate o sei in cerca attiva, ignorarlo è stupido. Il problema nasce quando diventa l’unica vetrina: foto ritagliate, progetti compressi in un carousel, CTA generiche che competono con gli annunci.
Un art director o un founder serio vuole vedere il lavoro come lo hai pensato tu — gerarchia, ritmo, dettagli. Sul social quel lavoro lotta con il feed. Sul tuo dominio decidi tu cosa resta in primo piano.
Il sito non è un CV con più whitespace
Non duplico il curriculum riga per riga. Il PDF resta la lista: date, ruoli, skill. Il sito racconta: tre-cinque pezzi forti, come lavori, un contatto chiaro. Quantità senza contesto è rumore.
Per freelance locali aggiungo spesso un segnale geografico onesto — da dove lavori, remoto o in presenza. Non è folklore: toglie ambiguità su fuso e disponibilità prima ancora del primo call.
Come li faccio lavorare in tandem
Strategia semplice: LinkedIn per essere trovati, sito per convincere. Nel profilo un link netto al portfolio — non a una bio da duemila caratteri. Sul sito, eventualmente un invito soft a connettersi se ha senso per il tuo settore. Non obbligatorio.
Tecnicamente: dominio proprio, HTTPS, mobile leggibile, caricamento serio. Embed social pesanti li evito. Se il lavoro è visuale, pesano le immagini ottimizzate, non i widget di terzi.
Quando basta LinkedIn (e quando no)
Se sei junior e hai ancora poco da mostrare, un profilo curato può bastare qualche mese. Non forzo un sito vuoto. Quando hai progetti, collaborazioni o uno stile riconoscibile, il dominio diventa leva: pitch, QR sul biglietto, link nelle mail di candidatura.
Il segnale che ascolto sempre: «su LinkedIn mi capiscono a metà». Ecco dove intervengo.
Behance, Dribbble e le altre vetrine altrui
Sono utili nel design. Restano piattaforme di qualcun altro: regole, algoritmo, branding condiviso. Sul sito personale controlli tipografia, SEO del tuo nome e il percorso verso il contatto.
Spesso collego i pezzi migliori da lì senza dipendere solo da loro. Se stai costruendo un portfolio serio, guarda il servizio CV e portfolio: lo progetto per convincere, non per “avere un link”.
Domande frequenti
- Devo abbandonare LinkedIn se apro un sito?
- No. Li uso in tandem: LinkedIn per rete e aggiornamenti, sito per portfolio e contatto. Il link nel profilo punta alla home o ai progetti, non a un PDF generico.
- Un Behance o Dribbble sostituisce il sito?
- No in modo affidabile. Sono vetrine utili, ma non controllano branding, SEO del nome e CTA. Meglio collegarli da una casa propria.
- Quanto contenuto serve per partire?
- Tre progetti raccontati bene battono venti screenshot senza contesto. Partiamo da ciò che hai: brief, ruolo, risultato. Il resto si aggiunge senza rifare tutto.
- Ha senso anche se lavoro solo in remoto?
- Sì. Un dominio proprio comunica professionalità ovunque. Sede e modalità (remoto, ibrido, in presenza) le chiarisco in footer o in “chi sono”.
CV e portfolio: pagine locali
Pagine localizzate per le città più popolate. Stesso metodo, territorio diverso.